Trolltunga, la “lingua del troll”

trolltunga

Questo è Trolltunga (“lingua del troll” in norvegese). Una roccia che si sporge su uno strapiombo di 700m sul lago Ringedalsvatnet, nel cuore della Norvegia meridionale. Quello in fotografia sono io.

Sicuramente Trolltunga è uno dei posti più evocativi e noti della Norvegia e, probabilmente, il fatto che non sia così accessibile e facile da raggiungere contribuisce al suo fascino.

La località più vicina in cui conviene sostare si chiama Odda, a circa 360km ovest da Oslo e 200km sud-est da Bergen. Ci accampammo lì la notte prima, nell’unico camping della zona di Trolltunga (per cui, in alta stagione molto affollato e pertanto conviene prenotare in anticipo).

La cosa ideale è spostarsi in auto, ma in alternativa si può arrivare a Odda in bus da Bergen in qualche ora. L’inizio del percorso per Trolltunga è nella località di Skjeggedal (Tyssedal), nei pressi del lago, a circa 10 km nord da Odda.

È disponibile un piccolo parcheggio a pagamento proprio alle pendici del percorso, presso la struttura Trolltunga Active, ma in alta stagione si riempie facilmente e perciò va lasciata in un altro parcheggio a pagamento più a valle, circa 5km prima. Dopodiché, o si procede a piedi o è disponibile una navetta. Altrimenti, si può prendere un taxi da Odda, ma è decisamente più costoso.

Trolltunga

Avevo già provato a raggiungere questa maledetta roccia nel 2015, durante un viaggio Interrail solitario che mi tenne in giro un mese in lungo e in largo per l’Europa centro-occidentale. Allora mi ritrovai di fronte un paesaggio desolato e innevato, che costrinse me e altri due ragazzi polacchi a tornare sui nostri passi dopo appena un chilometro.

Questa volta la situazione era diversa: una distesa brulla e fangosa come mai avrei immaginato, senza una traccia di sentiero se non dei pali arrugginiti a segnalare ogni chilometro.

Trolltunga

lago

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Impiegammo 7 ore per percorrere i 13 km che portano in questo luogo. Pioggia, fango, fango, fango, freddo e vento. Un luogo inizialmente brullo e fangoso divenne poi presto desolato, roccioso e selvaggio. Non fu facile trovare dove piantare la tenda per via del terreno molto umido, spesso paludoso tanto da rimanerci intrappolato io stesso fino alle ginocchia. Per fortuna, un compagno mi trattenne per le braccia mi tirò fuori dopo qualche sforzo.

Cucinammo al buio di nubi minacciose. Un ruscello vicino ci permise di darci una rinfrescata e lavare le pentole. A parte altre due tende più lontano, eravamo soli in un luogo che sembrava abbandonato da tutto, anche dagli animali. Nessun cinguettio, niente insetti, nessun animale di qualsiasi tipo, nessun suono. Solo rocce, le nostre voci e la lingua del troll di fronte a noi.

Panorama

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Ci svegliammo all’alba per il picchiettio tonante di qualche goccia di pioggia. Saltammo subito in piedi per smontare le tende prima che fosse impossibile. Temevamo un temporale. Dopo poco, iniziò a piovere e ci incamminammo di fretta.

Si levò un banco di nebbia, tanto fitta da non vedere a distanza di 3 metri. Ci perdemmo, ma seguendo alcune voci lontane di altri esploratori mattinieri, a tentoni, riuscimmo a tornare indietro.

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tende

Walking I

Mi chiamo Davide Locatelli. Vivo a Bergamo e mi occupo di fotografia di viaggio.

Dopo il diploma in Architettura e Design partii per quello che considero essere stato il mio primo vero viaggio. Percorsi a piedi 130km lungo il cammino costiero denominato South West Coast Path, in Cornovaglia. Fu un viaggio per me molto significativo. L'anno dopo decisi di girare da solo tutta l’Europa in Interrail, esperienza che mi tenne in giro un mese e mi aprì gli occhi.
Da allora ho viaggiato ogni volta che ho potuto, cercando di far scorrere sotto i miei piedi più terra possibile e di sentirmi parte del mondo.

Poi, mi sono laureato in Ingegneria Meccanica.
Negli anni e un viaggio dopo l'altro mi sono fatto sempre più la mia idea di cosa significhi davvero viaggiare e sono arrivato alla conclusione che altro non è se non un modo di essere. Questo modo di essere, per me, ha trovato piena espressione nella fotografia, che trovo essere il modo più efficace per raccontare qualcosa, da un fatto a un'emozione.

In quanto fotografo di viaggio cerco di puntare i riflettori su come la natura può apparire e sui modi in cui l’essere umano può esistere.
Se si vuole imparare a comprendere il mondo, occorre sentirsi stranieri, per rinascere e guardare con occhi vergini.
Tutto questo voglio raccontarlo con la mia Nikon.

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